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perché compongo

Aggiornamento: 23 mag 2023

Perché un creativo crea? A questa domanda György Ligeti - di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita – diede la seguente risposta: “Perché compongo? Non per voi, non più per me: per la cosa in sé. Per sviluppare rappresentazioni mentali, fissarle in forma di partitura e ascoltarle “vive”.


Con buona probabilità, la più parte degli amici che leggono queste nostre noterelle settimanali è convinto di non aver mai ascoltato la sua musica. Di più: di non sapere neppure chi sia György Ligeti. Nonostante la sua produzione vada essenzialmente annoverata nell'ambito della musica colta contemporanea, Ligeti è un autore popolare nel senso più alto e più nobile della parola. Ha creato brani che segnano in modo indissolubile i film di Stanley Kubrick: Odissea nello spazio, Shining e Eyes Wide Shut.


György Ligeti deve la sua popolarità al cinema. Ma il cinema gli deve moltissimo. Senza la sua musica Jack Nicholson che insegue con un’ascia Shelley Duvall in Shining farebbe Rosina,come dicono nei miglior bar di Buccinasco; senza la musica di Morricone, giusto per citare un altro gigante della creatività, i duelli western sarebbero parodie di Fanco Franchi e Ciccio Ingrassia. Del resto è noto che i registi hanno compreso da un pezzo quanta importanza abbia quel modo di scrivere musica e di trattare gli strumenti: l’emozione corre come l’elettricità su un filo elettrico spellato. Per quanto riguarda Ligeti, diciamo semplicemente che la sua musica fa accapponare la pelle. Anche per questo Kubrick lo adorava: in “Odissea 2001” usò le musiche del compositore ungherese per dilatare l’idea stessa di futuro.


Tornando alla creatività, nessuno ha ancora ben compreso quali ragioni spingano chi fa il mestiere di creativo a sbattersi invece di andare a pesca di trote, al di là di banali questioni di sussistenza, tipo pagare le bollette e comprare i crocchi al cane (variante: gatto). Primo Levi, insieme a Italo Calvino, il più grande scrittore del Novecento italiano, affermava: “Io so bene quale terribile problema sia oggi in Italia e in tutto il mondo trovare lavoro e sentire se stessi investiti di una piccola funzione sociale. Posso solo dire che è difficile, ma chi a questo minuscolo acquisto di potere può arrivare dovrebbe percepire il fatto di lavorare bene non solo come un dovere, ma come una salvazione”.


Frase profonda e salvifica. Ma il tema sollevato dalla confessione di Ligeti pensiamo vada oltre. La conclusione a cui siamo giunti è la seguente: chi fa un mestiere creativo non ha alternative. Potrebbe svolgere in modo accurato un sacco di altre attività. Ma sarebbe un infelice. E sprecherebbe il talento che gli è stato donato dal caso e dalla necessità.


Le vicende umane dei creativi sono spesso assai dolorose. In ogni caso non avevano alternativa se non essere sé stessi. Cerchiamo di voler loro bene anche per questo. E’ la creatività che ci ha permesso di scendere dagli alberi milioni di anni fa. E, nonostante tutti i nostri limiti e mancanze, avere un qual certo successo.

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